domenica 7 dicembre 2014

Perché diventare un analista?


Se, come credo, l'analisi è un opera di verità che richiede il confronto con la propria biografia, e se è altrettanto vero che la sonda gettata nei punti più oscuri della propria personalità ha il compito di ricucire in un intero gli aspetti dolorosi e rifiutati della propria esistenza, allora è necessario che l'analista (nel mio caso "filosofo") si interroghi su perché abbia scelto questo lavoro. Stare in una stanza ad ascoltare un essere umano, spesso in sofferenza o comunque disorientato, e interagire con lui all'interno di un campo emotivo che coinvolge fin nelle pieghe più intime dell'essere, non è un gioco (anche se momenti "giocosi" e creativi ce ne sono, e non pochi, durante l'analisi). Ebbene, cosa spinge un individuo a dedicarsi agli altri abitando un comune mondo psichico fatto di cadute, risurrezioni, smarrimenti e illuminazioni? I motivi potrebbero essere tanti quanti sono i professionisti della relazione di aiuto. Nel mio caso, devo ammetterlo, una delle motivazioni più forti a questo lavoro è nata dal desiderio di vivere rapporti umani autentici. L'analisi porta necessariamente fuori dalla "chiacchiera", dal "si dice..." di heideggeriana memoria, dall'alienazione di una vita consegnata al non senso. Fin da piccolo, pur amando leggerezza, piacere e ironia, non ho mai accettato che gli esseri umani buttassero via il prezioso dono della vita ripetendo quotidianamente, come in una turpe sceneggiatura, i medesimi gesti, gli stessi pensieri e le solite azioni che la società circostante richiede a ciascuno di noi per riprodurre all'infinito le sue condizioni di conservazione. Lo spazio-tempo dell'analisi, a cui conduce spesso il dolore di una domanda di senso tradita dalle risposte preconfezionate della propria epoca, è inevitabilmente un luogo di autenticità. Anche le difese abituali (sarcasmo, fuga nell'ideale, minimizzazione dei problemi esistenziali...) vengono esaminate, esplorate e riconosciute come protezione - ormai vana - rispetto al mistero della vita che preme sotto la scorza del nostro falso Sé. Perché faccio l'analista filosofo? Perché non sopporto la falsità che si dice agli altri e a se stessi pur di essere accettati. Perché credo solo nell'accettazione che emerge dal confronto con le nostre profondità. E solo questa profondità mi permette, nei giorni fortunati, di contemplare con serenità il luccichio del sole sulla superficie e di godere con gli altri quella "spensieratezza" che non è rinuncia al pensiero, ma suo compimento nel puro piacere di esistere.

0 commenti:

Posta un commento