domenica 12 ottobre 2014

Ripartire dall'ascolto



Nel counseling e nell’analisi biografica a orientamento filosofico assume la massima centralità l’ascolto dell’altro. Un ascolto empatico, partecipe e privo di giudizio. Un ascolto che non si limita alle parole, ma cooperando con la vista riesce ad “ascoltare” persino il linguaggio non verbale dell’interlocutore. L’ascolto comunque, diversamente dallo sguardo, è ricettivo, capace di “attenzione fluttuante” (come intuito da Freud), aperto a chi ci sta davanti e al mistero che questi porta con sé. Saper ascoltare significa accettare di condividere il mondo interiore di un altro essere umano, senza pretendere di dar forma a quanto sta spontaneamente emergendo in lui. Un ascolto appassionato e paziente è quello che accompagna con rispetto la persona nel processo di chiarificazione dei suoi affetti meno comprensibili. Il dolore, infatti, viene quasi sempre dall’incapacità di portare in figura qualcosa che, nel profondo, viene percepito come confuso e ancora caotico. L’ascolto e la condivisione, da soli, non possono certo portare a compimento una trasformazione, eppure ne sono precondizioni indispensabili. Questo non toglie che la parola del professionista risulti, in momenti adeguati del processo di aiuto, altrettanto fondamentale. Eppure, che essa derivi dall’interpretazione di un sogno, da una domanda di approfondimento, da un suggerimento che consente alla persona di vedere una situazione e uno stato d’animo da un’angolazione ancora impensata, qualunque sia insomma la modalità di intervento dell’analista o del counselor, tale parola non può facilitare l’esplorazione comune se non è giunta dopo un ascolto sincero, accogliente ed autentico. Per essere autentico, a sua volta, l’ascolto deve essere fiorito nel cuore della capacità stessa di farsi vuoti dinnanzi all’altro. Spogliarsi più possibile delle proprie certezze, dei propri desideri, dei ricordi, delle aspettative riposte nei confronti del cliente/analizzante, questo è veramente difficile e può spaventare chi fa il nostro lavoro. Ciò nonostante, la fiducia per chi conosce abbastanza se stesso e ha ricevuto una formazione adeguata è che il viaggio senza mappe che comincia ogni qual volta un nuovo soggetto chiede un colloquio, possa attraversare il deserto del non-sapere fino a raggiungere il desiderato approdo del senso. Allora ascoltare, per il counselor e per l’analista filosofo, vuol dire in definitiva liberarsi dalle certezze preconcette e conservare una nuda fede nel potenziale di orientamento insito nella relazione con l’altro. Essere ascoltati, diceva recentemente lo psichiatra Eugenio Borgna in una bella intervista, è forse il bisogno più acuto e struggente del nostro tempo. Da qui dobbiamo tutti ripartire.

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