mercoledì 22 ottobre 2014

Presa di coscienza collettiva


E' bello ritrovare nelle parole di altri, e in questo caso di un grandissimo della psicologia analitica, una sintesi precisa del nostro stesso modo di intendere la crisi contemporanea. Ernst Bernhard, nella sua Mitobiografia (Adelphi, 1969), affermava: "In breve: il costante ritorno degli stessi "sintomi" nel singolo e nelle nevrosi di massa impongono il problema della presa di coscienza collettiva, che deve incominciare con la diagnosi del tipo di civiltà e del mito che sta dietro di essa, compresi dinamica, genesi, sviluppo, momento di civiltà, ecc.". Il mito dell'Occidente e dell'economia mondo capitalistica è quello della crescita infinita, dell'innovazione perpetua, del dominio progressivo su tutte le forme di vita umana e naturale. L'esito di questa logica della potenza è una cultura della dismisura che, sotto gli effetti della paura generata dalla concorrenza di tutti contro tutti, diffonde ovunque un senso dilagante di precarietà. L'uomo ha perso il suo senso di appartenenza al Tutto e ora combatte per non smarrirsi nella giungla della competizione globale. I riflessi di questo dramma culturale e spirituale sono visibili nelle patologie che affliggono il soggetto ipermoderno. Con sfumature sempre diverse queste dinamiche storiche incidono ferite più o meno profonde nella biografia di ciascuno di noi. Tenerne conto è d'obbligo se vogliamo che filosofia e psicologia operino insieme verso quella "presa di coscienza collettiva" auspicata da Barnhard. Un primo passo in avanti sarebbe quello di leggere l'insicurezza crescente delle persone come il risultato non solo di possibili traumi evolutivi o di carenze infantili, ma soprattutto dell'indebolimento delle tutele, dei diritti e degli argini sociali posti nello scorso secolo a difesa della convivenza pacifica tra esseri umani.

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