mercoledì 1 ottobre 2014

Il mondo "Psi-" e le pratiche di formazione umana


L’anno scorso è uscito un bellissimo libro di Mario Mapelli (esperto in campo educativo e docente presso la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari) sulla morte e sul lutto, intitolato Il dolore che trasforma” (Franco Angeli, 2013). È un testo prezioso perché affronta il tema del limite e della perdita nelle diverse fasi di vita. Nulla di più adatto per chi, come me e diversi altri, opera nel campo della relazione di aiuto senza però appartenere al variegato mondo “Psi-” (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, ecc.). Ciò che mi sembra più condivisibile è la centralità che il volume dà allo sviluppo umano come risultato di una maturazione integrale che include, ovviamente, tanto gli aspetti psicologici quanto quelli spirituali, sociali ed esistenziali collegati alla cultura e all’educazione del proprio tempo. Le brevi riflessioni che seguono potrebbero risultare utili a chi intende chiarire, prima a se stesso poi ad altri, la natura effettiva di una pratica di formazione come l’analisi filosofica, il cui scopo esplicito è quello di porsi come terapia dell’esistenza diversa da tutte le terapie che rientrano tradizionalmente nel campo medico-sanitario. In un paragrafo intitolato “Lutti e trasformazioni” Mapelli parla di come, per tutto il ciclo di vita, ogni essere umano sia impegnato (non solo consapevolmente, ma anche a livello inconscio) a mantenere un equilibro fra due tendenze naturali che non ci abbandonano mai: la simbiosi e la differenziazione, l’appartenere e il separarsi. Che la fusione e l’indifferenziazione psichica precedano temporalmente il cammino di separazione-individuazione (come ritenevano Jung e, con sfumature diverse, Margaret Mahler) o, diversamente, che entrambe le condizioni coesistano fin dalla nascita nel medesimo soggetto (come sostenuto, ad esempio, da Gaetano Benedetti e Maurizio Peciccia nei loro studi sulle origini della psicosi), non cambia il fatto che la vita umana sia tesa tra questi poli e debba imparare a farli convivere in modo adeguato nelle diverse età della vita. Questo è possibile, dall’infanzia all’adultità, grazie alla mediazione di diversi protagonisti. Sentiamo cosa dice in merito Mapelli: “Il compito di accettazione della realtà non è mai completato e il processo di separazione-individuazione si protrae per l’intero ciclo vitale. Se inizialmente la fatica di mettere in relazione realtà interna e realtà esterna, separazione e appartenenza viene giocata all’interno della diade madre-bambino, progressivamente quest’area intermedia si dilata sino a comprendere l’intero campo culturale. La cultura si qualifica quindi come spazio condiviso di simbolizzazione, risorsa indispensabile per l’individuo durante l’intero corso dell’esistenza […] L’educazione come fenomeno culturale ripropone quindi la dinamica di continuità e differenziazione che abbiamo visto prendere avvio sin dagli albori dell’esistenza dell’individuo. Essa deve quindi opporsi a tutte le tendenze regressive verso l’indistinto, così come ai tentativi di fuga onnipotente. Al contrario, il compito dell’educazione è quello di sostenere l’individuo nel suo mai concluso processo di individuazione ponendosi come “spazio potenziale” e assumendo responsabilmente nella sua pratica il confronto con i vissuti di matrice luttuosa, che segnano ogni passaggio dell’esistenza” (pagg. 71-72). Questa lunga citazione mi è parsa indispensabile, perché tocca un punto chiave per ogni forma di aiuto esistenziale che si configuri, consapevolmente e orgogliosamente, come pratica tras-formativa e non come intervento clinico volto a guarire il soggetto da qualche malanno scientificamente classificabile. L’autore ci ricorda che il percorso di individuazione prende certo le mosse dalla cellula originaria madre-figlio, poi allargata al padre e ai parenti più stretti, ma successivamente trova nella scuola e negli altri dispositivi sociali e culturali un supporto fondamentale e imprescindibile per far fronte ai passaggi caratteristici del ciclo vitale (dall’infanzia all’adolescenza, dall’adolescenza all’età adulta e così via fino alla vecchiaia e all’approssimarsi della morte). La questione centrale, ormai evidente a tutti, è che nemmeno un’ipotetica e alquanto idealizzata infanzia senza traumi potrebbe impedire che l’impatto degli eventi nelle varie fasi di vita risulti talora doloroso e disorientante, soprattutto se viene a mancare un’educazione permanente dell’individuo resa possibile da esperienze e da incontri significativi sviluppati ben al di fuori del nucleo familiare. Un altro punto sollevato da Mapelli, meritevole della massima attenzione, è quello che evoca il concetto di regressione per descrivere la spontanea fuga all’indietro che l’individuo mette in atto quando non riesce a far fronte alle difficoltà del presente. Se per Freud l’origine della sofferenza psicologica va rintracciata in un blocco di energia libidica “fissata” in una fase inadeguata dello sviluppo psicosessuale (quindi precedente al primato della genitalità), lasciando così intendere che la guarigione è il frutto di un’energia finalmente sbloccata e libera di fluire in avanti verso i compiti della vita adulta, per Jung invece la tendenza alla regressione (quindi a tornare, sul piano delle fantasie e della libido, a fasi precoci dello sviluppo e in particolare alla simbiosi con la madre) è una reazione difensiva della persona che percepisce gli ostacoli del presente come invalicabili e, di conseguenza, scappa da essi rifugiandosi in forme di funzionamento psichico più arcaiche. Il compito di una cultura matura, al contrario, è quello di sostenere nelle persone uno sviluppo della personalità che sappia far fronte alle perdite e alle frustrazioni inevitabili della vita, senza cedere alla regressione come ricerca ansiosa di una fusione totale con i genitori o con il gruppo sociale di appartenenza. Quanto detto fin qui, se preso sul serio, schiude alla “filosofia come cura” (secondo una bella definizione di Moreno Montanari) vasti spazi di manovra per rispondere alle esigenze di un’epoca segnata da un vero e proprio disorientamento di massa, dovuto primariamente ai cambiamenti epocali innescati dalla globalizzazione economica, dalla precarietà come stile di vita subìto e dalla competizione di tutti contro tutti. Inoltre, se l’orientamento filosofico venisse abbracciato anche dai professionisti del mondo “Psi-”, le comuni psicoterapie potrebbero riconoscersi come percorsi storico-biografici, eredi altrettanto degne di una saggezza millenaria che, attraverso la filosofia e i cammini sapienziali del mondo (compresi quelli religiosi), ha sempre curato l’angoscia di vivere offrendo orizzonti di senso che trascendono le coordinate, importanti ma ristrette, del romanzo familiare. Perché, dobbiamo affermarlo con forza, per diventare persone adulte bisogna abbandonare rancori e rimpianti verso un passato che non può più cambiare. Solo allora saremo capaci di accogliere “il dolore che trasforma”, senza scuse e senza precipitare nella nostalgia per un introvabile paradiso perduto.

 

 

 

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