domenica 5 ottobre 2014

Con i piedi per terra: il corpo in analisi e nel counseling



Nei colloqui che svolgo presso il mio studio, incontrando persone diverse che mi hanno cercato per intraprendere un percorso di crescita finalizzato al benessere e alla conoscenza di sé, sono abituato a osservare con attenzione come il corpo della persona che ho di fronte partecipi al nostro dialogo. La postura assunta sulla poltrona, i movimenti, la mimica facciale e soprattutto il respiro, aggiungono profondità e prospettiva alle parole che vengono scambiate nello spazio analitico (e di counseling). L’adozione del gioco della sabbia, per chi vuole avvalersi anche di questo strumento espressivo, aumenta inoltre le possibilità di attivazione del corpo, liberando emozioni e creatività nell’incontro tra gesto e materia. Per formazione non disdegno, quando il momento è opportuno, di suggerire al cliente/analizzante di interrompere il flusso dei pensieri e delle parole per entrare in contatto direttamente con le sue sensazioni. Questo “fermarsi” è indispensabile soprattutto laddove il linguaggio parlato costituisce una difesa dalle emozioni emergenti, nonché una fuga intellettualizzante da vissuti intensi e difficili da sostenere. Portando l’attenzione sul respiro, calandosi dunque nel “qui e ora” di un sentire privo di pregiudizi, la persona è stimolata a riconoscere la propria presenza corporea come limite e centro del suo stesso essere. Il movimento alternato tra presenza a se stessi e apertura immaginativa (che addirittura coincidono nella costruzione di quadri tridimensionali dentro la sabbiera) sembra garantire qualcosa in più di un equilibrio momentaneo tra differenti livelli di consapevolezza. In gioco, piuttosto, sembra essere la realizzazione di una vocazione prettamente umana. La questione è dunque strettamente antropologica. Se è vero infatti che l’uomo è un animale culturale capace di immaginare numerose alternative, anche opposte, per affrontare una determinata situazione, lo è altrettanto il fatto che questa sua disposizione innata lo espone al rischio di “perdersi” ovvero di smarrire l’orientamento tra le mille opzioni partorite dalla sua mente. L’uomo, piaccia o meno, è costretto alla libertà (paradosso straordinario!), perché produrre senso significa per lui poter sopravvivere a fronte di una mancanza di istinti biologici forti e automatici. Questa apertura originaria ci rende quel che siamo, ma coincide anche con una naturale scindibilità psichica. Poter pensare e progettare tantissime cose rischia di farci perdere la bussola, esponendoci a stati di grande confusione. La giusta via, allora, potrà essere rinvenuta grazie al corpo. Centrarsi sul respiro, riaprire le sensazioni interne e ritrovare confidenza con la base materiale del nostro essere, vuol dire infatti fornire un contrappeso efficace alla capacità di immaginare altrimenti. Ecco perché un percorso di counseling o di analisi filosofica guarda sempre al corpo e alle opportunità che dischiude in seduta un suo rispettoso e cauto coinvolgimento. Conoscerci, d’altronde, non è possibile se non arriviamo a percepirci nella nostra interezza. Testimone privilegiato di questa consapevolezza integrale è proprio lui: il corpo che siamo. Un corpo che sogna e che, allo stesso tempo, sa restare con i piedi per terra.

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