mercoledì 1 ottobre 2014

Pensare positivo?


La frattura millenaria tra corpo e mente si è andata faticosamente sanando nel secolo scorso e oggi, senza dubbio, risulta anacronistico e sciocco separare due aspetti così importanti e collegati della nostra vita. Una profonda circolarità connette difatti tra loro, nella salute e nella malattia, il corpo e la psiche. Sofferenze fisiche inevitabilmente influiscono sull'umore e sull'equilibrio psico-emotivo. Un influsso altrettanto grande lo esercitano sul corpo le vicende spesso contorte del nostro mondo interiore. Eppure non dovremmo mai dimenticare che l'animale culturale uomo ha le sue particolarità (senza che questo comporti necessariamente alcun salto evolutivo di matrice teista). Ciò comporta che gli aspetti materiali e quelli spirituali della nostra natura siano sì intrecciati, ma non uguali. Né dualismo, né monismo. Una prospettiva a-duale riflette forse meglio il mistero della realtà. I due livelli funzionali in questione sono dunque in contatto, ma questo non toglie che la psiche non si possa ridurre alle componenti materiali (anatomiche, neurologiche, fisiologiche: biologiche, insomma) da cui piuttosto emerge sviluppando caratteristiche tutte speciali. Una di esse è il bisogno di significato nell'esistenza. Un uomo (o una donna) possono essere in splendida forma fisica, ma se le loro azioni sono private di un senso la depressione è dietro l'angolo. Bisogna quindi essere cauti e diffidare delle semplificazioni eccessive. In questi anni, ad esempio, fioccano pubblicazioni sui disturbi psicosomatici. Tutto ormai sembra diventato psicosomatico, fino al punto di ipotizzare che le malattie più gravi siano spesso il risultato di una vita mentale problematica. Quasi che una persona malata di tumore fosse responsabile della sua malattia. Attenzione, qui non è in dubbio - perché studi recenti di psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) lo dimostrano abbondantemente - che stress e depressione aumentino il rischio di contrarre malattie gravi, quanto piuttosto che nella vita non possano più avere spazio un dolore e un male inevitabili. La filosofia, invece, lo ha sempre saputo: nella vita c'è una quota di sofferenza che tragicamente è insita nel fatto stesso di essere al mondo, di essere creature fragili esposte alla perdita e alla morte. Se rimuoviamo questa certezza, con la pretesa di creare individui sempre ottimisti e "positivi", dimentichiamo che la nobiltà dell'uomo è quella di vivere al meglio la contraddizione vivente che ognuno di noi è in sé. L'interezza, a cui tende ogni percorso autentico di crescita, è allora il risultato di un cammino che non rifiuta ostacoli e ambivalenze, né tantomeno rimprovera all'uomo di essere un mortale. Con buona pace del pensiero positivo ad uso del marketing e della pubblicità.

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