giovedì 16 ottobre 2014

Abbracciare il negativo



Il dolore è, per definizione, ciò che fa male. E il male incarna inevitabilmente il negativo. “Male”, “dolore” e “negativo” sono concetti affini, uniti dal fatto che ognuno di essi evoca nella persona una risposta automatica di rifiuto. Su questi temi ci aiutano le riflessioni acute di un filosofo, Luigi Vero Tarca, che ha dedicato alla differenza tra positivo e negativo diversi libri di grande spessore. Che non siano argomenti astratti, bensì questioni di vitale importanza, lo conferma il fatto che la sofferenza psicologica ed esistenziale si presenta, agli occhi dell’analista, come una tendenza perenne a opporre resistenza a ciò che fa male. I meccanismi di rimozione e repressione, insieme a  tutte le altre difese psicologiche, si configurano come un unico e perentorio rifiuto nei confronti di ciò che minaccia la nostra integrità. In tal senso la loro funzione è protettiva e indispensabile, se non fosse che alla lunga il processo di negazione del negativo aggrava e approfondisce il dolore amplificando nel soggetto il senso di separatezza da se stesso, dagli altri e dal mondo. Tarca, ragionando proprio su questo circolo vizioso, ha scritto un saggio penetrante intitolato “L’esperienza filosofica come terapia dell’anima” (Rivista di Psicologia Analitica, n.83/2011), dimostrando che la vocazione originaria tanto dell’analisi quanto della filosofia è quella di rendere possibile l’accettazione del negativo come parte ineludibile della nostra realtà psichica e materiale, affermando però una differenza positiva che ci distingua da esso senza aderire alla sua logica. E’ infatti del male il potere di suscitare nell’uomo reazioni incontrollate di violenza. “Sconfiggere la malattia” è nel gergo comune un modo per definire la guerra che si dichiara al male con lo scopo di distruggerlo. Il cammino di guarigione, secondo quest’ottica, ambisce alla salute come esito di un atto distruttivo nei confronti del male stesso; questo percorso risulta dunque interamente sotto il segno del negativo, senza accorgersene. A livello psichico ed esistenziale, l’unica via per uscire dalla trappola del negativo è quella di accoglierlo per trasformarlo, indicando un orizzonte di senso più vasto che sappia comprendere e trasfigurare la presenza ineludibile del dolore nella vita umana (come già intuito dal Buddha nella prima delle sue quattro verità). Tarca ci ricorda che l’interpretazione, da Freud in poi, è una delle tecniche psicoanalitiche capaci di dare nuovo significato alla sofferenza, evitando la Scilla della rimozione/repressione e la Cariddi della identificazione passiva con il male. Se, ad esempio, il sintomo è ciò che comporta una forma di disagio e dolore non gestibile con le sole risorse della volontà e della razionalità, l’analisi ci insegna ad ascoltare il sintomo, abbandonando la pretesa di eliminarlo direttamente (negare il negativo), scegliendo piuttosto di comprendere il suo linguaggio e di armonizzarlo con il resto della nostra personalità. Questo è l’unico modo per vincere il male, purché la vittoria non venga intesa come un raffinato tentativo di umiliare il nemico e di cancellarlo definitivamente dalla sfera del visibile. Fare spazio anche al dolore, renderlo parte di una realtà integrale che, senza coincidere con esso, lo include e trascende: questo è il lavoro profondo e necessario che l’analisi filosofica ha scelto di svolgere. Affinché il bene della consapevolezza e del perdono possa illuminare e abbracciare persino la tenebra.

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