giovedì 18 settembre 2014

Divertirsi. Perché?


Esercizio minimo, ma indispensabile, di filosofia applicata alla vita, è quello di riflettere sui nostri comportamenti. Da qui parte un primo orientamento consapevole. Pensare la vita e imparare a dare ragioni circa le proprie scelte esistenziali non significa, come vorrebbe una insulsa caricatura della filosofia, rinunciare alle emozioni, al “qui e ora” e alla centratura sul corpo. Come se, per pensare, si dovesse utilizzare la testa scollegandola dal resto di noi stessi. In tal caso dovremmo parlare piuttosto di “rimuginio” e di intellettualizzazioni difensive che intendono proteggere il nostro sé dal flusso imprevedibile della vita, imprigionandolo inevitabilmente nella gabbia dell’autoriferimento. Riflettere su di noi, sui nostri comportamenti, è senza dubbio un primo passo filosofico di notevole importanza. Tutto questo ha certo a che fare con la curiosità, quella sana. Adesso, per esercitare questa curiosità, ci domandiamo cosa possa esserci dietro alla cultura dello svago. “Divertirsi”, “svagarsi”, sono verbi che denotano una comune tendenza ad allontanarsi da qualcosa al fine di trarre un qualche beneficio. Il beneficio è quasi sempre un senso psicofisico di rilassatezza e disimpegno. Ma la vera domanda è: da cosa stiamo provando ad allontanarci? L’odierna civiltà nella quale, piaccia o meno, siamo immersi è stata chiamata assai giustamente “società dello spettacolo” (Guy Debord). Il moltiplicarsi esponenziale dei servizi/prodotti finalizzati all’intrattenimento e allo svago risponde sicuramente a una logica economica che punta ad accumulare rapidi profitti, ma sarebbe sbagliato fermarsi a questa lettura senza aver colto quale sia la base psico-sociale che permette a questo mercato di fiorire quasi indisturbato. Per capire qualcosa in più dobbiamo forse tentare la via dell’introspezione. In altre parole: fermiamoci per comprendere quel che accade dentro di noi nel momento in cui cerchiamo l’agognato svago che, come abbiamo appena visto, ci viene offerto in quantità tale da anticipare persino il nostro “bisogno”. Se abbiamo la pazienza di riflettere e il coraggio di dirci una verità scomoda, possiamo scoprire che lo svago viene cercato quasi sempre o per noia o per mettere a tacere un disagio (fosse anche la stanchezza di una lunga giornata di lavoro). E’ più raro che ad esso si tenda per star bene e per fare qualcosa di piacevole e interessante. Ma in fondo cosa spaventa nella noia e nel disagio se non il fatto che entrambe queste esperienze ci costringono a stare con noi stessi, a prendere contatto con la sorgente prima di ogni scontento? Svagarsi, insomma, vuol dire fuggire da se stessi, andare “fuori” per dimenticare il “dentro” che sembra non potersi mai accontentare degli oggetti e degli eventi offerti dalla società dello spettacolo.  Non stupisce, allora, che le persone che si rivolgono ai professionisti della relazione di aiuto raccontino spesso della noia, della mancanza di direzione, dell’assenza di entusiasmo nella propria vita oppure, al contrario, di una febbrile agitazione senza meta che le pervade riempiendole di ansia. Qui, come si può ben capire, la filosofia ha molto da dire e da dare, purché si faccia umile e disposta all’ascolto, garantendo così una presenza all’altro piena e non giudicante (questa è la vocazione originaria dell’analisi biografica a orientamento filosofico).   
Per concludere possiamo affermare che solo quando qualcuno è disponibile a stare con noi, abitando con curiosità lo spazio della noia, del disagio e dell’attesa, è possibile che gradualmente il divertimento come fuga lasci il campo a scelte di benessere profondo, ad attività sensate e creative, dunque infinitamente meno passive e più “divertenti”! Evitare se stessi, non voler mai incontrare il proprio volto allo specchio, rifiutare la responsabilità di essere unici e irripetibili all’interno delle coordinate culturali comuni, sono comunque scelte che, credendo di rimandare a dopo l’impegno faticoso di esistere, disseccano le radici di ogni felicità possibile. Intanto la giostra del luna park continua a girare, la musica è a tutto volume, i pensieri si proiettano verso nuovi piaceri, ma l’inquietudine sale e – ricordando il Pinocchio di Collodi nel paese dei balocchi – sentiamo crescere in noi orecchie e code d’asino. Perché in questo tempo di angosce mascherate il piacere è ormai divenuto il più logorante dei doveri.

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