martedì 14 aprile 2015

Terapia? L'analisi filosofica come cura del Sé in un racconto di Senso

Lavorando al di fuori dell'area sanitaria, ma facendo parte dei professionisti della relazione di aiuto, ho dovuto sempre rimarcare la mia estraneità al campo delle psicoterapie. In effetti, come analista filosofo, il mio compito non è guarire gli altri da alcunché, né debellare sintomi invadenti e invalidanti. Eppure l'effetto di un percorso di crescita include quasi sempre un aumento complessivo di benessere e una riduzione di quei sintomi che, nei fatti, sono messaggi troppo spesso inascoltati. Come può accadere questo se l'intenzione del mio operare non è affatto medica? La risposta - e ora parlo essenzialmente dell'analisi biografica a orientamento filosofico - è tutta nel senso che diamo al termine "terapia". In un recente volume collettivo a cura di Nicole Janigro, intitolato "La vocazione della psiche. Undici terapeuti si raccontano" (Einaudi, 2015) Romano Màdera scrive: "Terapia nel senso del greco antico, come insieme di servizio, di aiuto, di cura, di culto. D'altra parte, anche adesso, è a questo significato del termine che mi attengo: la terapia della psiche è un risultato collaterale di una spinta a prestare aiuto, servizio per l'altro, cura delle profondità e delle inezie del significato, culto della dimensione tremenda e affascinante dell'esistente". Ma questa è una terapia dell'esistenza! Una cura del senso come la praticherebbe, ai nostri tempi, chi vivesse la filosofia come stile di vita! E questa, appunto, è la mia vocazione "terapeutica". Ad essa si avvicinano persone spaesate, che cercano se stesse per ritrovare un orientamento profondo nei passaggi dell'esistenza che richiedono un equilibrio tra ordine e disordine in precisi contesti storici e culturali. L'analisi filosofica, in definitiva, offre la possibilità, a chi desidera diventare se stesso/a, di coltivare la cura del Sé in un racconto di senso. Così gli strumenti e il metodo delle psicologie del profondo si alleano con le trascendenze filosofiche vecchie e nuove per ridare vita all'antica vocazione terapeutica della filosofia. 

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mercoledì 4 marzo 2015

Custodire la forma, liberare le possibilità

L'analisi filosofica ambisce ad essere una terapia dell'esistenza per l'uomo occidentale. La sua capacità di "cura" non va misurata con il metro della medicina, bensì attraverso le dinamiche di una presa di consapevolezza allargata che riguarda, né più né meno, il nostro posto nel mondo. L'antropologia e la filosofia, dando slancio alla psicologia e liberandola dall'adesione acritica all'individualismo moderno, ci ricordano che la costruzione dell'identità personale è un processo che dura una vita e attraversa una serie di passaggi esistenziali delicati. Le culture umane esistono proprio per "mettere in forma" il soggetto includendolo in un gruppo umano di riferimento, mettendolo al riparo da quelle "crisi di presenza" di cui ha parlato magistralmente Ernesto De Martino. L'antropopoiesi ha il compito difficile e fondamentale di fornire dei contorni chiari al percorso di individuazione soggettivo, senza per questo soffocare il campo del possibile e le molteplici variazioni sul tema che la vita singolare può realizzare riconoscendosi parte attiva nel mantenimento o nella lenta trasformazione di un mito condiviso. L'analisi filosofica, con l'intento di recuperare l'antica vocazione terapeutica della filosofia e di spingere la psicoanalisi verso il riconoscimento della dimensione storico-culturale a cui appartiene, si propone oggi come libera ricerca di senso basata sull'incontro di due persone. Cellula di una socialità esplosa che, ripartendo dal due, dall'intimità della stanza d'analisi, cuce le ferite dell'atomismo contemporaneo, valorizza l'individuo nel suo essere intreccio di mondi e rilancia una cura di sé che è possibile solo nel riconoscimento della cura dell'altro. Come suggerisce l'amico e filosofo Massimo Diana, la filosofia che cura si traduce in un processo mai concluso di umanizzazione, sempre aperto a trascendere le forme ossificate dell'abitudine e a condurre la persona verso un salto di qualità nella propria vita. Su questi temi una riflessione molto interessante è quella di Stefania Consigliere: http://www.laboratoriomappe.org/documenti/biblio/CONSIGLIERE_Potenza_e_nostalgia.pdf

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domenica 22 febbraio 2015

Ancora sull'Amore: un'immagine


Ho avuto il piacere di presentare pubblicamente il nuovo libro dell’amico filosofo Moreno Montanari. “Gli equivoci dell’amore” (Mursia, 2015) è un’opera veramente riuscita, perché tratta il tema dell’Amore senza impoverirlo, interrogando quest’esperienza vitale e sfuggente al crocevia tra filosofia, psicoanalisi e spiritualità. Ascoltando Montanari – che è come me un analista biografico a orientamento filosofico – e lasciando che gli argomenti del suo lavoro si intrecciassero ai miei pensieri sull’amore, mi è sembrato in un lampo di scorgere con chiarezza il rapporto complesso e dialettico che lega le coppie concettuali infinito/finito e dare/ricevere, così importanti per illuminare l’essenza dell’amore nel suo incarnarsi in concrete storie di vita. L’amore è dono totale di sé senza contropartita? Oppure è l’esempio più alto di un egoismo “funzionale” che reca soddisfazione al soggetto quanto più esso si nutre del suo “oggetto” d’amore? E’ ovvio che l’intero processo dell’amore perde la sua qualità principale, la reciprocità, se lo spezzettiamo in false opposizioni. Va quindi ricordato, a scanso di equivoci, che l’amore viene minacciato in egual misura dall’egoismo possessivo e dal sacrificio ostentato nei confronti dell’altro. Ciò accade di frequente quando, secondo la teoria dei sistemi, i partner si vivono nel chiuso del loro rapporto a due, senza riuscire a prendersi cura di quel Terzo che è la Relazione che li unisce. Ci aiuta a uscire dal circolo vizioso delle incomprensioni la teoria del dono formalizzata da Marcel Mauss. Nelle società cosiddette tradizionali, in alternativa agli scambi utilitaristici (baratto, compravendita, ecc.), ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale il circuito del dono, caratterizzato da tre azioni rituali importantissime: Dare, Ricevere, Ricambiare. Se applichiamo questa chiave di lettura all’Amore possiamo finalmente superare la dicotomia tra la nostra felicità e quella dell’amata/o. L’immagine che ha preso forma in me, dopo un’intensa conversazione con l’autore del libro, è stata improvvisa e qui posso solo riportarla senza la pretesa di spiegarla in dettaglio: L’Amore è un processo trascendentale. Come la luce si rende visibile posandosi sugli oggetti (altrimenti non riusciremmo a vederla), così l’Amore può realizzarsi solo mediante i soggetti che si amano. In questo senso diremmo che l’Amore è Vita che per esprimersi ha bisogno di concrete forme di esistenza, nel nostro caso di esseri umani che permettano all’Amore/Vita di scorrere attraversando i protagonisti dell’esperienza secondo il circolo virtuoso del Dare, del Ricevere e del Ricambiare. Ecco allora che il cosiddetto egoismo (che altro non è che la necessità di soddisfare i nostri bisogni profondi) e il cosiddetto altruismo (che altro non è che il piacere di donarsi aumentando con questo la potenza di vita di sé, dell’altro e della Relazione) diventano, quando rimangono momenti consapevoli del passaggio dell’Amore, fasi imprescindibili e interconnesse di un'unica esperienza che eccede il nostro Io includendolo in Qualcosa di più grande. La questione centrale, in definitiva, è che nessuna fase determinata sequestri il flusso infinito dell'Amore trattenendolo per sé, ma piuttosto consenta ad esso di passare con la piena fiducia del suo ritorno.
  

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lunedì 5 gennaio 2015

La forza dell'Amore: spiritualità e analisi filosofica

E' imminente l'uscita del nuovo numero della Rivista di Psicologia Analitica, tutto dedicato a "Spiritualità e psicologia del profondo". Qualche nota sul tema mi preme farla, tanto più che l'analisi biografica a orientamento filosofico rappresenta, in questi tempi di sofferenza generalizzata sul piano esistenziale e simbolico, una delle possibili vie che conducono a una spiritualità laica. Innanzitutto, con il termine "spiritualità" intendo la tensione dell'uomo all'infinito e al superamento delle pulsioni appropriative ed egoistiche. Ebbene, questo movimento che spinge a trascendere l'isolamento e la chiusura, conducendo l'anima oltre il recinto dell'autointeresse e della centratura egoica, appartiene in fondo anche alla materia più semplice. Come se l'intera realtà custodisse la vocazione a superarsi per creare nuove forme di vita, basate sull'unione, sulla cooperazione, insomma sull'Amore. Ma sentiamo cosa dice, su questo, un mistico del nostro tempo, Willigis Jager: "Il mondo non è una "creazione" di Dio, da lui organizzata una volta per tutte all'inizio dei tempi. In realtà si tratta di un processo evolutivo vivente. Viene mantenuto in movimento dall'amore - dalla facoltà di autotrascendenza dell'essere. Ha inizio nell'apertura dell'atomo nei confronti della molecola, per arrivare fino alla sfera dello spirituale ... ... Come esseri umani possiamo esistere solo se non ci irrigidiamo unicamente nella nostra identità, ma se ci collochiamo soprattutto nella realtà superiore di cui facciamo parte ... ... Un sistema chiuso, a cui manca la facoltà di comunicazione trascendentale, non può sopravvivere. Un esempio evidente è costituito dalla cellula cancerogena, che si isola dall'organismo provocandone la distruzione". La spiritualità, per l'uomo, al di fuori di qualsiasi scelta confessionale, mi sembra proprio questo movimento di autotrascendenza reso sempre più consapevole. L'analisi filosofica, utilizzando il metodo biografico per aiutare la persona a conoscere se stessa, rinviene nei nodi più dolenti della storia psico-affettiva dell'individuo una traccia indelebile di questa facoltà di autotrascendimento, e la coltiva con l'esercizio quotidiano. Il cammino verso l'Intero si configura dunque come faticosa e profonda ricerca di un Senso che sappia includere il nostro Io tra le sue figure, lasciando però il centro dell'esperienza allo Spirito, al Sé, alla Verità che ci abita come esseri storici interconnessi con gli altri e con il cosmo. La laicità dell'itinerario appena descritto rispetta la qualità più intima dello Spirito: la libertà. E di liberi cercatori del vero abbiamo oggi enorme bisogno. Prima che il soffocante spirito del tempo annichilisca la speranza di una rinascita individuale e collettiva.

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domenica 7 dicembre 2014

Perché diventare un analista?


Se, come credo, l'analisi è un opera di verità che richiede il confronto con la propria biografia, e se è altrettanto vero che la sonda gettata nei punti più oscuri della propria personalità ha il compito di ricucire in un intero gli aspetti dolorosi e rifiutati della propria esistenza, allora è necessario che l'analista (nel mio caso "filosofo") si interroghi su perché abbia scelto questo lavoro. Stare in una stanza ad ascoltare un essere umano, spesso in sofferenza o comunque disorientato, e interagire con lui all'interno di un campo emotivo che coinvolge fin nelle pieghe più intime dell'essere, non è un gioco (anche se momenti "giocosi" e creativi ce ne sono, e non pochi, durante l'analisi). Ebbene, cosa spinge un individuo a dedicarsi agli altri abitando un comune mondo psichico fatto di cadute, risurrezioni, smarrimenti e illuminazioni? I motivi potrebbero essere tanti quanti sono i professionisti della relazione di aiuto. Nel mio caso, devo ammetterlo, una delle motivazioni più forti a questo lavoro è nata dal desiderio di vivere rapporti umani autentici. L'analisi porta necessariamente fuori dalla "chiacchiera", dal "si dice..." di heideggeriana memoria, dall'alienazione di una vita consegnata al non senso. Fin da piccolo, pur amando leggerezza, piacere e ironia, non ho mai accettato che gli esseri umani buttassero via il prezioso dono della vita ripetendo quotidianamente, come in una turpe sceneggiatura, i medesimi gesti, gli stessi pensieri e le solite azioni che la società circostante richiede a ciascuno di noi per riprodurre all'infinito le sue condizioni di conservazione. Lo spazio-tempo dell'analisi, a cui conduce spesso il dolore di una domanda di senso tradita dalle risposte preconfezionate della propria epoca, è inevitabilmente un luogo di autenticità. Anche le difese abituali (sarcasmo, fuga nell'ideale, minimizzazione dei problemi esistenziali...) vengono esaminate, esplorate e riconosciute come protezione - ormai vana - rispetto al mistero della vita che preme sotto la scorza del nostro falso Sé. Perché faccio l'analista filosofo? Perché non sopporto la falsità che si dice agli altri e a se stessi pur di essere accettati. Perché credo solo nell'accettazione che emerge dal confronto con le nostre profondità. E solo questa profondità mi permette, nei giorni fortunati, di contemplare con serenità il luccichio del sole sulla superficie e di godere con gli altri quella "spensieratezza" che non è rinuncia al pensiero, ma suo compimento nel puro piacere di esistere.

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mercoledì 3 dicembre 2014

Il Tempo della Trasformazione

Una persona molto gentile, dopo la mia recente presentazione del libro "Psiche e città. La nuova politica nelle parole di analisti e filosofi" a Milano, mi ha scritto una bella email parlando del nostro rapporto con il tempo in questa epoca dominata dalla fretta e dall'angoscia. Nella storia dell'umanità il tempo è stato inteso nelle maniere più diverse, tuttavia si sono imposti sugli altri il modello ciclico (quello delle stagioni, per semplificare) e quello lineare progressivo (introdotto a tutti gli effetti dal cristianesimo nell'ottica escatologica di una storia che procederebbe verso il suo compimento). Va detto onestamente che la stessa tradizione cristiana, a partire proprio dalle parole di Gesù, sembra alludere a scenari temporali differenti. Lo ha compreso Raimon Panikkar quando ha coniato il concetto di "tempiternità". "Il Regno di Dio è tra di voi" dicono alcuni, oppure "il Regno di Dio è dentro di voi" dicono altri. Fatto sta che storia ed eternità convivono fin da ora e si compenetrano in ogni istante. Questa visione ha profondissime ricadute morali, psicologiche, spirituali e politiche. Nella email al mio cordiale interlocutore ho fatto cenno, senza originalità ma con qualche entusiasmo, a un'idea di tempo raffigurabile come una spirale in perpetua evoluzione. Il centro della spirale è e rimane l'Eterno, al di là di qualsiasi possibile localizzazione spazio-temporale, ma ciò non impedisce al processo della vita di procedere creativamente anche sul versante della Storia. Abitare consapevolmente la tempiternità significa, sul piano della trasformazione individuale e collettiva, abbandonare l'accettazione passiva di una storia ridotta a destino immutabile (versione fatalista spesso associata alla circolarità del tempo) e rinunciare al culto del "paradiso che verrà" (visione escatologica che svaluta il presente perché non assomiglia ancora al sogno finale di una cultura: su questo il cristianesimo ufficiale e il marxismo "scientifico" hanno mostrato decisive coincidenze). Vivere ogni momento nella sua ricchezza, lottando in modo non violento per tutto ciò che è giusto, bello e vero: questo è l'antidoto allo sconforto e alla depressione di questa epoca appiattita sul qui e ora del consumo compulsivo. La trasformazione che ci serve, in altre parole, è radicale, graduale e investe inevitabilmente la questione del Senso. Sul piano politico, come è stato suggerito dal filosofo Roberto Mancini, registriamo il tramonto della finta opposizione riformismo/rivoluzionarismo. Il passo dell'uomo, insomma, non sia affrettato e le sue azioni rinuncino tanto al massimalismo quanto all'accettazione irresponsabile di un mondo ingiusto e sempre più brutto. La spirale di questa avventura tempiterna ci chiede di cambiare, di lasciare i vecchi approdi e di fare la nostra parte per costruire da subito la Pace, dentro e fuori di noi.

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mercoledì 19 novembre 2014

Il nostro pezzettino di strada


Queste parole meravigliose di Etty Hillesum sono emblematiche per chiunque affronti un percorso di crescita interiore. Perché mettersi in gioco significa adottare una nuova postura esistenziale, che ci impegna con gli altri e con noi stessi. "... Io mi lego sempre più strettamente sulla schiena , e porto sempre più come una cosa mia, quel pezzetto di destino che sono in grado di sopportare: con questo fagottino già cammino per le strade" (E. Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi). Portare il nostro fagottino per le strade del mondo, senza volerlo cedere ad altri, senza la pretesa folle di caricarlo su spalle altrui. Che libertà quando sentiremo che ognuno ha la sua via da percorrere e che tutte le vie conducono alla sorgente dello spazio e del tempo!

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